Perché è difficile che Obama mantenga la (piccola) promessa sul clima
Dopo averla di fatto svuotata di ogni significato appena una settimana fa, Barack Obama prova a resuscitare la Conferenza sul clima di Copenaghen rilanciando sul taglio delle emissioni di gas serra: la Casa Bianca ha fatto sapere che il presidente è pronto a mettere sul tavolo un taglio del 17 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020, del 30 per cento entro il 2025 e del 42 per cento entro il 2030. Salutata dai media come un cambio di passo importante, la proposta di Obama somiglia in realtà all’ennesima mossa di immagine senza grandi conseguenze. Leggi il blog Cambi di stagione

Le cifre annunciate dalla Casa Bianca sono sostanzialmente quelle previste dalla proposta di legge sul taglio delle emissioni appena passata alla Camera e subito arenata al Senato americano. Non sono (né potrebbero essere) quindi promesse concrete, semmai un auspicio che il Congresso le approvi. Cosa al momento più improbabile che possibile. Oltretutto, per potere negoziare seriamente un trattato di riduzione delle emissioni, Obama avrebbe bisogno di una delega proprio dal Senato (come Bill Clinton quando si presentò alla Conferenza di Kyoto). La delega a oggi non c’è, ed è difficile che possa arrivare nelle prossime due settimane. In America l’annuncio presidenziale è stato accolto con entusiasmo dai democratici, mentre i repubblicani hanno fatto subito notare come questo impegno internazionale non piacerà agli elettori, visto che il Congresso non ha ancora deciso, e prima di aprile comunque non se ne parlerà.
C’è poi una seconda mossa di immagine in questo annuncio, smascherata però dalle cifre stesse: stando al trattato di Kyoto e alle previsioni dei catastrofisti climatici, affinché il riscaldamento globale non provochi danni irreparabili al nostro pianeta la quantità di gas serra presente nell’atmosfera dovrebbe scendere di molti punti percentuali rispetto al 1990. L’Europa si presenterà a Copengahen con la proposta di scendere sotto quel tetto del 20 per cento, mentre l’impegno di Obama è di ridurre le emissioni di CO2 di 17 punti rispetto al 2005, cioè – fatti i dovuti calcoli – del 4 per cento rispetto al 1990. Un taglio insignificante, se è vero che le ambizioni del summit di Copenaghen sarebbero quelle di superare quegli accordi di Kyoto falliti anche grazie al voto contrario dell’allora senatore dell’Illinois Barack Obama.